I musulmani più
colti sono sempre stati consapevoli dell’esistenza di un’ intensa
relazione storica tra il mondo dell’Islam e quello dell’Occidente.
Per circa un millennio infatti questi contatti hanno esercitato una
potente influenza sulla storia politica e lo sviluppo culturale
dell’Occidente. In particolare, gli aspetti politici di questa
relazione sono considerati responsabili fino ad oggi del punto di
vista da cui gli occidentali guardano al mondo musulmano e ai suoi
problemi. D’altro canto, in contrasto con l’influenza millenaria
che l’Islam ha irradiato verso l’Occidente, è accaduto che
il fenomeno opposto, ossia l’influenza occidentale sul destino
politico, sociale e culturale del mondo musulmano, ha iniziato ad
avere effetto molto più tardi.
Comunque, questo dato
di fatto non deve essere interpretato in maniera erronea. Gli
innumerevoli conflitti tra l’Oriente musulmano e l’Occidente, che
sono durati secoli e hanno condotto prima ad una rapida espansione
della cultura islamica in molte parti dell’Europa e poi anche ad un
suo ritiro forzato, hanno avuto un ruolo importante nel determinare
il profilo della storia politica musulmana. Però, anche se
tutto questo può apparire strano ad un osservatore disattento,
lo sviluppo di queste relazioni è stato limitato al regno del
semplice potere politico e non ha toccato il destino interiore del
mondo dell’Islam. Fu solo nel mezzo del diciannovesimo secolo che
le idee e le istituzioni europee, appoggiate dal rapido sviluppo
dell’industria e dal rinforzarsi della forza militare, hanno
cominciato ad esercitare un fascino piuttosto intenso sui musulmani;
e questo ha gradualmente portato ad alcuni cambiamenti nell’ambito
della vita sociale musulmana, la cui forma e direzione finali non
possono essere tutt’oggi predette con nessuna certezza.
Comunque, sappiamo che
per più di mille anni l’Occidente è stato incapace di
trasmettere qualcosa di positivo al mondo dell’Islam, perché
per più di un millennio furono i musulmani che diedero
qualcosa di positivo all’Occidente nel senso culturale del termine.
Infatti, se consideriamo la questione dal punto di vista storico, è
accaduto solo poco tempo fa, ossia all’inizio dell’era
industriale, che l’Occidente ha assunto un ruolo attivo mentre il
mondo musulmano quello passivo. La questione se questo cambio di
rotta può essere considerato dai musulmani come un progresso
positivo nel senso sociale e culturale lascia spazio ad una varietà
di risposte. Sebbene i molti impulsi nell’ambito della scienza e
tecnologia, che l’Occidente ha trasmesso recentemente al mondo
musulmano, sono la causa del suo progresso materiale, non si dovrebbe
dimenticare che, in primo luogo, molti di questi impulsi hanno avuto
origine nel tentativo dell’Occidente di dominare politicamente i
paesi musulmani; e, dal momento che questi tentativi per la maggior
parte hanno avuto successo, hanno portato ai musulmani non solo certi
vantaggi materiali ma anche numerosi svantaggi culturali. Il maggiore
di questi svantaggi è ovviamente il diminuire della sicurezza
di sé, che è oggi evidente in quasi tutti i paesi
musulmani. Questa diminuita sicurezza di sé ha condotto
all’indebolimento delle convinzioni religiose di molti musulmani
educati e all’aumento delle tendenze nazionaliste contrarie al
concetto universale della fratellanza musulmana.
Qualunque possa essere
il giudizio su questo dato storico; se si accoglie l’influenza
occidentale sul mondo dell’Islam come un fenomeno desiderabile e
positivo o se si considera il progressivo indebolimento dell’identità
culturale musulmana come una perdita non solo per se stessi ma anche
per tutta l’umanità in generale, rimane il fatto che nella
coscienza dei musulmani questo aspetto della relazione tra Oriente ed
Occidente ha assunto, storicamente parlando, solo nell’ultimo
secolo e mezzo, il carattere di una problematica che necessita di una
risposta pronta.
In questo contesto un
pensatore musulmano è a priori colpito dalla
convinzione occidentale, secondo cui un’occidentalizzazione del
mondo islamico, ossia una rinuncia alla sua eredità culturale
e un’omologazione delle sue idee e stili di vita a quelli
dell’Occidente, è desiderabile da ogni punto di vista.
Questa convinzione ovviamente si fonda su due presupposizioni di
base: i modelli occidentali di pensiero e le istituzioni sono
superiori a quelli islamici; e le tradizioni dell’Islam sono
limitate storicamente e quindi non possono condurre ad alcun
progresso. Di conseguenza prima perdono la loro originaria presa
sulla società, meglio sarà per i musulmani stessi e per
il mondo in generale.
Nessun musulmano
credente, ossia nessuna persona che aderisce con coscienza alla
visione del mondo musulmana e la considera come la verità
ultima, può accettare il punto di vista occidentale,
precedentemente menzionato, come una proposizione valida.
Ciononostante, noi musulmani dobbiamo rispondere a due
importantissime questioni: è desiderabile una comprensione
migliore e più profonda tra il mondo dell’Islam e
l’Occidente? E, secondariamente, come possiamo rendere possibile
questa comprensione?
Ovviamene c’è
solo una risposta alla prima domanda: non c’è dubbio che una
migliore comprensione tra queste due entità culturali è
molto desiderabile nell’interesse del futuro del mondo intero. Se
comprendiamo, e molti contemporanei già lo hanno fatto, che
l’aspro conflitto tra le opposte tendenze prevalente in tutto il
mondo non è un conflitto esclusivamente economico e sociale,
ma tocca nel più profondo le diverse concezioni relative al
fine e al valore della vita umana, iniziamo anche a capire che le
misure socio-economiche non saranno mai capaci da sole di salvare la
libertà e la dignità dell’uomo dalle forze del
desolato materialismo che cerca di sopraffarci. Sia che siamo
cristiani, ebrei o musulmani, siamo condannati a soccombere in questa
lotta a meno che non siamo capaci di suscitare, dall’interno di
ognuna delle società esistenti, la forza di sostenere i valori
religiosi e spirituali che sono i soli che possono combattere il
materialismo.
È ovvio che,
invece di provare un sentimento di gioia a causa di un ipotetico
oppure reale indebolimento della fede religiosa nel mondo musulmano,
invece di accogliere con giubilo ogni segnale presso i musulmani
educati di abbandono dell’Islam come un progresso, i cristiani
consapevoli dovrebbero considerare questa separazione e un tale
indebolimento come una minaccia alla loro stessa identità
culturale e sociale, perché quello che oggi è in gioco
non è questo o quel dogma della cristianità e non uno
od un altro aspetto dell’Islam, ma la libertà spirituale
dell’uomo come tale, ossia il suo diritto di credere nell’esistenza
di Dio e di conformare la vita umana a questa credenza. Visto da
questo punto di vista, gli interessi del cristiano e del musulmano
non sono solo paralleli ma anche identici, e una collaborazione
stretta tra questi due grandi fedi non è solo desiderabile ma
piuttosto dovuta, necessaria ed anche possibile.
Ora arriviamo alla
parte più difficile della questione: come può essere
possibile una migliore comprensione e una più stretta
collaborazione tra queste due fedi?
L’ostacolo maggiore
verso questo fine può essere espresso in due parole: reciproca
diffidenza. La maggioranza dei musulmani diffida dell’Occidente
perché durante gli ultimi due secoli sono stati testimoni di
innumerevoli invasioni contro la libertà politica dei paesi
musulmani e perché quasi ogni paese musulmano è ancora
esposto alla pressione del potere politico occidentale e perché
l’attitudine della maggior parte degli Occidentali è
eclissata da un ostile pregiudizio contro la fede islamica come tale,
un pregiudizio così radicato che gli stessi occidentali a
volte ne sono del tutto inconsapevoli.
È vero che
molti elementi della cultura musulmana, specialmente gli aspetti
romanticizzati, sono ampiamente ammirati in Occidente. Comunque,
tutta l’ammirazione occidentale per Le Notti Arabe o per la
poesia di Umar Khayyam o lo splendore architettonico del Alhambra non
può costituire per i musulmani una riparazione morale per le
continue diffamazioni del loro Profeta, che si trovano in tutta la
letteratura occidentale, e nemmeno può cancellare il fatto che
molti occidentali considerano l’Islam come una specie di
superstizione, priva di valori morali e come un ostacolo al progresso
per i suoi fedeli. Non sorprende, quindi, che la maggior parte dei
pensatori musulmani rimangono sospettosi quando viene loro detto che
l’antica attitudine occidentale verso l’Islam è mutata
recentemente e che l’Occidente punta a una nuova e positiva
relazione con il mondo islamico, perché un musulmano può
considerare una relazione positiva solo sulla base della stima
reciproca e sul riconoscimento di eguali diritti. Tutto ciò
non può essere possibile fino a quando ogni manifestazione di
una religiosità rinvigorita tra i cristiani è descritta
(a ragione) come un “risveglio spirituale”, mentre ogni
manifestazione simile all’interno del mondo musulmano è
bollata inevitabilmente come fanatismo.
Dobbiamo considerare
tutti questi fattori, se vogliamo raggiungere un vero progresso nelle
relazioni tra le nostre due comunità. Dal momento che
l’Occidente è ai nostri giorni più forte
economicamente, politicamente e scientificamente, è suo dovere
compiere il primo passo verso quest’ obiettivo.
Non deve, comunque,
apparire strano che molti occidentali trovano difficile vincere la
loro diffidenza verso il mondo musulmano e compiere il primo passo.
La loro difficoltà è causata non solo dalla memoria
storica dei secoli di guerre tra musulmani e cristiani, che li hanno
abituati a considerare il mondo dell’Islam come un nemico
ereditario e, comunque, ad identificare l’antica minaccia musulmana
per l’Europa con l’Islam stesso. Questa erronea identificazione
non sorprende, se si considera che la nascita degli studi islamici
nell’Europa medievale è stata il risultato degli sforzi
missionari e che fino alla fine del diciottesimo secolo i soli
studiosi europei di lingua e cultura araba erano i missionari, che
consideravano loro sacro dovere quello di rifiutare polemicamente
l’insegnamento del Profeta. Il risultato di ciò è
l’immagine distorta dell’Islam e della sua storia che incontriamo
nel pensiero e nella letteratura popolare occidentale.
Un esempio lampante di
questa distorsione, tra gli innumerevoli altri, è la
concezione che gli occidentali hanno della jihad. Nella mente
di quasi tutti gli occidentali questa parola evoca lo spettro della
guerra fanatica contro tutto ciò che non è islamico e,
in particolare, un tentativo violento di conversione dei non
musulmani alla fede islamica. Finalmente però quasi tutti gli
storici hanno abbandonato la favola della forzata conversione
all’Islam per mezzo del fuoco e della spada. Questa prospettiva è
rifiutata nello stesso Libro Sacro dei musulmani, ossia il Corano,
dove è scritto: “ 2:256”. Sulla forza di questa
proibizione tutti i giuristi islamici (fuqaha), senza nessuna
eccezione, sostengono che la conversione forzata è nulla sotto
tutte le circostanze e che ogni tentativo di forzare un non-credente
ad accettare la fede islamica è un grave peccato. Lo stesso
Profeta infatti ha sottolineato in più di un’occasione che
un musulmano, che si macchia di questo peccato, cessa di essere tale.
Per quanto riguarda la
jihad il Corano la definisce chiaramente come una guerra di
difesa. La Legge Coranica a questo proposito è molto
esplicita:
A coloro che sono stati
aggrediti è data l’autorizzazione di difendersi, perché
certamente sono oppressi e, in verità, Dio ha la potenza di
soccorrerli; a coloro che senza colpa sono stati scacciati dalle loro
case solo perché dicevano “Dio è il nostro Signore”.
Se Dio non respingesse gli uni per mezzo degli altri, sarebbero ora
distrutti monasteri e chiese, sinagoghe e moschee nei quali il nome
di Dio è spesso menzionato ( Il Sacro Corano 22:39-40).
Con queste parole il
Corano si riferisce all’ auto-difesa, che sola può
giustificare moralmente una guerra, e il riferimento non solo alle
moschee ma anche ai monasteri, chiese e sinagoghe, chiarisce il fatto
che i musulmani sono obbligati a difendere non solo la loro libertà
politica e religiosa, ma anche quella dei non musulmani che vivono
pacificamente nel loro territorio. In nessuna circostanza inoltre
l’Islam permette ai suoi fedeli di iniziare una guerra di attacco.
Il Corano dice:
Combattete per la causa
di Dio contro coloro che vi combattono, ma senza eccessi, perché
Dio non ama coloro che eccedono (2:190).
Combatteteli finché
non ci sia più persecuzione e il culto sia reso a Dio. Se
desistono non ci sia ostilità, a parte contro coloro che
prevalicano (2:193).
La precedenti
citazioni dal Corano dovrebbero essere sufficienti per convincere gli
occidentali che l’Islam non permette una guerra che non sia di
autodifesa e che l’immagine occidentale della jihad, intesa
come mezzo per propagare con la forza la fede islamica, è
completamente erronea.
In questa connessione,
è bene ricordare anche che il termine jihad come tale
non si limita alla guerra armata, ma possiede anche una connotazione
spirituale, perché deriva dal verbo jahada, che
significa “sforzarsi” contro una disposizione malvagia. Per
esempio, il Profeta Muhammad descrive la lotta interiore di un uomo
contro le sue passioni e le sue debolezze come la più nobile
jihad con un chiaro riferimento alla connotazione morale di
questo termine così equivocato in Occidentale.
Ciononostante però,
non c’è dubbio che nel corso della loro storia i musulmani
non sono rimasti fedeli agli autentici insegnamenti della loro fede e
che in più di una occasione hanno intrapreso delle guerre di
aggressione nel nome dell’Islam. Però i Cristiani sono
sempre rimasti fedeli agli insegnamenti della loro fede? Può
una persona ragionevole sostenere che gli insegnamenti di Cristo
devono essere respinti perché molti dei suoi seguaci più
tardi hanno cessato di agire in accordo con essi? Per quanto sia
stato grande il messaggio d’amore di Cristo, anche la storia della
cristianità è stata piena di violenza e di guerre,
proprio come la storia del mondo musulmano. Si dovrebbero solo
ricordare le guerre sassoni di Carlo Magno nel corso delle quali
colonne di pagani sassoni furono uccisi perché si rifiutarono
di convertirsi al Cristianesimo o le crudeli guerre di religione al
tempo della Riforma e le torture degli eretici da parte
dell’Inquisizione Cattolica durante il Rinascimento. Noi musulmani,
però, non pensiamo di ritenere gli insegnamenti di Gesù
Cristo responsabili per la cattiva condotta delle persone che si
definiscono cristiane, proprio come riteniamo che né l’Islam
né il Profeta possono essere ritenuti responsabili per la
cattiva condotta di coloro che si definiscono musulmani.
Ora consideriamo la
questione relativa alla cooperazione tra l’Occidente cristiano e il
mondo dell’Islam. Dobbiamo pensare in termini di tentativi basati
sul vero spirito di ognuna delle due religioni, perché, per
quanto le nostre teologie possano differire, è chiaro che le
valutazioni etiche e morali dell’Islam e del Cristianesimo sono su
alcuni punti molto vicine. Però al fine di raggiungere una
piena e reciproca comprensione e costruire insieme una resistenza
ideologica contro le forze disgregatrici del materialismo, che si
sono espanse in tutti gli angoli del mondo, noi musulmani dobbiamo
chiedere ai cristiani di essere giusti verso l’Islam.
Questo certamente non
è molto facile. Dopo secoli di pregiudizi, molti occidentali
possono trovare estremamente difficile liberarsi dalle loro antiche
credenze e guardare all’Islam con la serietà intellettuale,
che una fede con ottocento milioni di fedeli merita. D’altro lato,
i musulmani stessi debbono diventare consapevoli del fatto che fino
ad ora hanno fatto veramente poco per rendere l’insegnamento
dell’Islam comprensibile all’Occidente. Per questo motivo una
nuova presentazione dell’Islam da parte di intellettuali e
scrittori musulmani è indispensabile per una reciproca
comprensione tra le due fedi, perché l’insegnamento
dell’Islam contiene molti punti che non sono immediatamente chiari
o intellettualmente attraenti per un cristiano. Per esempio, l’Islam
è libero dal concetto di “peccato originale” e, quindi,
anche dalla necessità di “salvezza” come è
concepita dall’insegnamento cristiano. Inoltre, differentemente dal
cristianesimo, gli insegnamenti dell’Islam non sono limitati ai
problemi della credenza e della moralità, ma abbracciano tutti
gli aspetti della natura umana: spirituali, fisici, individuali e
sociali.
Tutto ciò
potrebbe sembrare strano ad un cristiano, perché per lui il
concetto della fede è relativo solo alle relazioni tra uomo e
Dio e alle attitudini morali, e per questo motivo l’Islam gli
appare troppo mondano e differente da ciò che gli occidentali
intendono come religione. Quindi, è dovere morale dei
musulmani portare le premesse intellettuali dell’Islam vicine alla
comprensione cristiana, allo stesso modo in cui è un dovere
morale dei cristiani trattare i problemi del mondo islamico con lo
stesso spirito di giustizia che chiedono per i loro. Quando queste
richieste saranno soddisfatte, i cristiani e i musulmani
comprenderanno che la prospettiva etica che hanno in comune queste
due religioni è molto più importante delle differenze.

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